Medici in corsia. Come il contesto costituisce la relazione

“Solo quando nel medico la natura viene toccata, attaccata, eccitata, spaventata, scossa dalla malattia, solo quando la malattia (psichica) gli è trasmessa e prosegue in lui, e attraverso la sua coscienza è riferita a sé, solo allora, e solo fino dove questo riesce, egli può vincerla” (Weizsäcker V., 1940).

99965671_1410600_663654Con questa frase estratta dal suo trattato sulla psicologia della Gestalt, Viktor Weizsäcker faceva probabilmente riferimento ad uno degli elementi cardine di una relazione tra un medico ed il suo paziente affinché una terapia possa essere efficace, ovvero l’empatia. Etimologicamente, il termine empatia significa “sentire dentro”, più semplicemente “mettersi nei panni dell’altro”, e si riferisce alla capacità di comprendere lo stato d’animo degli altri, sia in maniera positiva che negativa.

Tuttavia, la relazione tra medico e paziente può subire spesso delle interferenze dovute ad altri elementi che fanno parte del contesto, ovvero i pregiudizi ed i presupposti. Nell’atto di intendere qualche cosa, portiamo già in noi ciò che rende possibile il nostro modo di intendere dandogli, quindi, forma. La tendenza a rendere assoluti singoli punti di vista, metodi, categorie, costituisce il pregiudizio, creando spesso confusione tra il campo del sapere ed il campo delle opinioni. I presupposti si riferiscono invece alle basi reali, vere ed autentiche del pensiero di un individuo, in quanto stanno nell’essere della persona come condizione della sua capacità di vedere e comprendere. Per potersi liberare dai pregiudizi occorre chiarirli e comprendere i presupposti necessari, ovvero quelli che vengono definiti “schemi oggettivi del pensiero” dalla “Psychologie der Weltanschauungen” (o psicologia comprensiva, Jaspers K., 1964) o, alternativamente, “schemi cognitivi” secondo la terapia cognitiva (Beck A., 1984).

Come diventa possibile ciò? Mentre, secondo la psicologia comprensiva, le relazioni sono comprensibili secondo le tre direzioni dei contenuti, della forma
 e dell’autoriflessione, e soltanto attraverso tali direzioni è possibile arrivare ad una consapevolezza di ciò che avviene all’interno della relazione, secondo invece la terapia cognitiva, occorre incoraggiare l’individuo ad identificare l’insieme dei pensieri e delle convinzioni distorte attraverso il quale interpreta i propri contesti relazionali, mettere quindi questi alla prova, in modo tale da produrre ed utilizzare alternative più adattive.

Nella pratica clinica, un programma di tipo psico-educativo rivolto al personale medico potrebbe essere di grande aiuto per incentivare l’ascolto empatico e la consapevolezza, aumentando il livello professionale a favore del benessere del paziente. Ad esempio, si potrebbe utilizzare il metodo ideato da Balint (1990), denominato “Gruppo Balint ”, il quale ha l’obiettivo di migliorare le capacità dei medici di utilizzare la relazione interpersonale con il paziente come fattore terapeutico, attraverso la condivisione delle proprie esperienze in corsia.


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