hope1Il termine speranza, in inglese “hope”, significa “contemplare un’attesa” e si riferisce ad uno degli elementi fondamentali nella definizione delle risorse necessarie per resistere e riprendersi dalle avversità. In altre parole, la speranza è un elemento fondamentale per la resilienza di un individuo, mantenendone un livello di ottimismo adeguato. In qualità di preconcetto ottimistico, la speranza nasce dalla combinazione di una decisione interna con un evento esterno desiderato (Walsh, 1999). Diventa quindi importante per il clinico individuare il giusto equilibrio tra gli elementi che costituiscono tale combinazione e monitorarlo nel corso della terapia.

Nel corso di un intervento terapeutico, a cosa serve sostenere la speranza?

⇒ Per recuperare una relazione in crisi. In uno studio sulla terapia di coppia, Markman & Notarius (1994) hanno dimostrato che in molte coppie con relazioni apparentemente senza speranza, si possono rintracciare e valorizzare “riserve di speranza”, favorendo un superamento positivo del periodo di crisi.

⇒ Per favorire la ricostruzione della propria vita in seguito ad una perdita o un evento traumatico. Ad esempio, Hines (1998) ha osservato che la speranza di una vita migliore per i propri figli è così pressante per i genitori che vivono in contesti molto disagiati, che questi non si lasciano abbattere dalle condizioni in cui versano.

In conclusione, possiamo affermare che la speranza aiuta l’individuo ad aumentare le possibilità di superamento positivo di un evento di vita negativo. Dunque, “guardare oltre l’orizzonte” può certamente favorire il raggiungimento di molteplici obiettivi all’interno di un percorso terapeutico, incrementandone l’efficacia.

 

“Solo quando nel medico la natura viene toccata, attaccata, eccitata, spaventata, scossa dalla malattia, solo quando la malattia (psichica) gli è trasmessa e prosegue in lui, e attraverso la sua coscienza è riferita a sé, solo allora, e solo fino dove questo riesce, egli può vincerla” (Weizsäcker V., 1940).

99965671_1410600_663654Con questa frase estratta dal suo trattato sulla psicologia della Gestalt, Viktor Weizsäcker faceva probabilmente riferimento ad uno degli elementi cardine di una relazione tra un medico ed il suo paziente affinché una terapia possa essere efficace, ovvero l’empatia. Etimologicamente, il termine empatia significa “sentire dentro”, più semplicemente “mettersi nei panni dell’altro”, e si riferisce alla capacità di comprendere lo stato d’animo degli altri, sia in maniera positiva che negativa.

Tuttavia, la relazione tra medico e paziente può subire spesso delle interferenze dovute ad altri elementi che fanno parte del contesto, ovvero i pregiudizi ed i presupposti. Nell’atto di intendere qualche cosa, portiamo già in noi ciò che rende possibile il nostro modo di intendere dandogli, quindi, forma. La tendenza a rendere assoluti singoli punti di vista, metodi, categorie, costituisce il pregiudizio, creando spesso confusione tra il campo del sapere ed il campo delle opinioni. I presupposti si riferiscono invece alle basi reali, vere ed autentiche del pensiero di un individuo, in quanto stanno nell’essere della persona come condizione della sua capacità di vedere e comprendere. Per potersi liberare dai pregiudizi occorre chiarirli e comprendere i presupposti necessari, ovvero quelli che vengono definiti “schemi oggettivi del pensiero” dalla “Psychologie der Weltanschauungen” (o psicologia comprensiva, Jaspers K., 1964) o, alternativamente, “schemi cognitivi” secondo la terapia cognitiva (Beck A., 1984).

Come diventa possibile ciò? Mentre, secondo la psicologia comprensiva, le relazioni sono comprensibili secondo le tre direzioni dei contenuti, della forma
 e dell’autoriflessione, e soltanto attraverso tali direzioni è possibile arrivare ad una consapevolezza di ciò che avviene all’interno della relazione, secondo invece la terapia cognitiva, occorre incoraggiare l’individuo ad identificare l’insieme dei pensieri e delle convinzioni distorte attraverso il quale interpreta i propri contesti relazionali, mettere quindi questi alla prova, in modo tale da produrre ed utilizzare alternative più adattive.

Nella pratica clinica, un programma di tipo psico-educativo rivolto al personale medico potrebbe essere di grande aiuto per incentivare l’ascolto empatico e la consapevolezza, aumentando il livello professionale a favore del benessere del paziente. Ad esempio, si potrebbe utilizzare il metodo ideato da Balint (1990), denominato “Gruppo Balint ”, il quale ha l’obiettivo di migliorare le capacità dei medici di utilizzare la relazione interpersonale con il paziente come fattore terapeutico, attraverso la condivisione delle proprie esperienze in corsia.