“Ein Optimist ist ein Mensch, der ein Dutzend Austern bestellt, in der Hoffnung, sie mit der Perle, die er darin findet, bezahlen zu können.” (Theodor Fontane, cit.)

Tradotto in italiano, “L’ottimista è una persona che ordina una dozzina di ostriche nella speranza di poterle pagare con la perla che troverà in una di loro”. Con questo aforisma, Theodor Fontane, noto rappresentante del realismo poetico di origini tedesche, sintetizza il concetto di “ottimismo”.

Per definizione, l’ottimismo si riferisce ad un atteggiamento dell’individuo che si esprime nel suo modo di pensare e di agire nella vita di tutti i giorni in maniera positiva. Seppur il “potere del pensiero positivo” abbia generalmente un effetto consisente nella gestione dello stress e di avversità incombenti, lo psicologo statunitense Maertin E.P. Seligman ha tuttavia sostenuto che l’ottimismo può in alcuni casi impedire all’individuo di vedere la realtà con la necessaria chiarezza, suscitando addirittura un effetto contrario (Seligman, 1990; Seligman & Csikszentmihalyi, 2000).

Può dunque il pensiero positivo diventare rischioso per la nostra salute mentale? Recenti studi scientifici suggeriscono alcuni limiti sulla tendenza delle persone a guardare sempre il lato positivo delle cose (Lilienfeld, 2011), in quanto non oggettivo e, dunque, irreale.

Pensate ad un evento catastrofico quale potrebbe essere, ad esempio, un terremoto, un investimento in Banca Etruria, la nostra casa andata in fumo, un uragano, la morte di una persona cara. Cosa ci potrebbe essere di ottimistico in un evento oggettivamente negativo? Eppure, l’ottimista ottuso potrebbe trovarlo senza fare alcuno sforzo. A questo punto, occorrerebbe chiedersi a che fine. Ebbene, questo fine consisterebbe proprio nella messa in atto del proprio comportamento di risposta per fronteggiare situazioni stressanti o avverse, di cui sopra (Seligman, 1990).

L’ottimismo ottuso, o più comunemente la sindrome di Pollyanna, dal nome di un famoso romanzo della statunitense Eleanor H. Porter, consiste nel percepire, ricordare e comunicare in modo selettivo soltanto gli aspetti positivi delle situazioni, ignorando quelli negativi o problematici (Anolli, 2005). Consisterebbe, dunque, in un comportamento di risposta disfunzionale ad un evento critico.

Dal punto di vista psicoterapeutico, un lavoro di ristrutturazione cognitivo-comportamentale potrebbe aiutare l’ottimista ottuso ad utilizzare strategie alternative alla propria ottusa positività e maggiormente adattive per affrontare situazioni stressanti e di avversità. Tale lavoro potrebbe, inoltre, stimolare la resilienza dell’individuo ed il proprio processo di apprendimento, acquistando una consapevolezza maggiormente realistica rispetto alla propria efficacia, qualità e competenze.

hope1Il termine speranza, in inglese “hope”, significa “contemplare un’attesa” e si riferisce ad uno degli elementi fondamentali nella definizione delle risorse necessarie per resistere e riprendersi dalle avversità. In altre parole, la speranza è un elemento fondamentale per la resilienza di un individuo, mantenendone un livello di ottimismo adeguato. In qualità di preconcetto ottimistico, la speranza nasce dalla combinazione di una decisione interna con un evento esterno desiderato (Walsh, 1999). Diventa quindi importante per il clinico individuare il giusto equilibrio tra gli elementi che costituiscono tale combinazione e monitorarlo nel corso della terapia.

Nel corso di un intervento terapeutico, a cosa serve sostenere la speranza?

⇒ Per recuperare una relazione in crisi. In uno studio sulla terapia di coppia, Markman & Notarius (1994) hanno dimostrato che in molte coppie con relazioni apparentemente senza speranza, si possono rintracciare e valorizzare “riserve di speranza”, favorendo un superamento positivo del periodo di crisi.

⇒ Per favorire la ricostruzione della propria vita in seguito ad una perdita o un evento traumatico. Ad esempio, Hines (1998) ha osservato che la speranza di una vita migliore per i propri figli è così pressante per i genitori che vivono in contesti molto disagiati, che questi non si lasciano abbattere dalle condizioni in cui versano.

In conclusione, possiamo affermare che la speranza aiuta l’individuo ad aumentare le possibilità di superamento positivo di un evento di vita negativo. Dunque, “guardare oltre l’orizzonte” può certamente favorire il raggiungimento di molteplici obiettivi all’interno di un percorso terapeutico, incrementandone l’efficacia.

 

“Solo quando nel medico la natura viene toccata, attaccata, eccitata, spaventata, scossa dalla malattia, solo quando la malattia (psichica) gli è trasmessa e prosegue in lui, e attraverso la sua coscienza è riferita a sé, solo allora, e solo fino dove questo riesce, egli può vincerla” (Weizsäcker V., 1940).

99965671_1410600_663654Con questa frase estratta dal suo trattato sulla psicologia della Gestalt, Viktor Weizsäcker faceva probabilmente riferimento ad uno degli elementi cardine di una relazione tra un medico ed il suo paziente affinché una terapia possa essere efficace, ovvero l’empatia. Etimologicamente, il termine empatia significa “sentire dentro”, più semplicemente “mettersi nei panni dell’altro”, e si riferisce alla capacità di comprendere lo stato d’animo degli altri, sia in maniera positiva che negativa.

Tuttavia, la relazione tra medico e paziente può subire spesso delle interferenze dovute ad altri elementi che fanno parte del contesto, ovvero i pregiudizi ed i presupposti. Nell’atto di intendere qualche cosa, portiamo già in noi ciò che rende possibile il nostro modo di intendere dandogli, quindi, forma. La tendenza a rendere assoluti singoli punti di vista, metodi, categorie, costituisce il pregiudizio, creando spesso confusione tra il campo del sapere ed il campo delle opinioni. I presupposti si riferiscono invece alle basi reali, vere ed autentiche del pensiero di un individuo, in quanto stanno nell’essere della persona come condizione della sua capacità di vedere e comprendere. Per potersi liberare dai pregiudizi occorre chiarirli e comprendere i presupposti necessari, ovvero quelli che vengono definiti “schemi oggettivi del pensiero” dalla “Psychologie der Weltanschauungen” (o psicologia comprensiva, Jaspers K., 1964) o, alternativamente, “schemi cognitivi” secondo la terapia cognitiva (Beck A., 1984).

Come diventa possibile ciò? Mentre, secondo la psicologia comprensiva, le relazioni sono comprensibili secondo le tre direzioni dei contenuti, della forma
 e dell’autoriflessione, e soltanto attraverso tali direzioni è possibile arrivare ad una consapevolezza di ciò che avviene all’interno della relazione, secondo invece la terapia cognitiva, occorre incoraggiare l’individuo ad identificare l’insieme dei pensieri e delle convinzioni distorte attraverso il quale interpreta i propri contesti relazionali, mettere quindi questi alla prova, in modo tale da produrre ed utilizzare alternative più adattive.

Nella pratica clinica, un programma di tipo psico-educativo rivolto al personale medico potrebbe essere di grande aiuto per incentivare l’ascolto empatico e la consapevolezza, aumentando il livello professionale a favore del benessere del paziente. Ad esempio, si potrebbe utilizzare il metodo ideato da Balint (1990), denominato “Gruppo Balint ”, il quale ha l’obiettivo di migliorare le capacità dei medici di utilizzare la relazione interpersonale con il paziente come fattore terapeutico, attraverso la condivisione delle proprie esperienze in corsia.

ipocondria-e-attacchi-di-panicoTra le tante preoccupazioni rispetto ai vari aspetti della vita, quella relativa alla salute attira spesso da parte nostra una particolare attenzione. D’altronde, a chi non è mai capitato di dire o pensare “La salute viene prima di tutto!” oppure “Basta la salute…”?

Sebbene preoccuparsi di godere di una buona salute sia certamante importante per vivere serenamente, ciò potrebbe al contrario ledere la nostra serenità nel momento in cui si manifesta in maniera eccessiva. In altre parole, quando un individuo manifesta alti livelli di ansia dovuti ad una preoccupazione eccessiva e infondata riguardo alla propria salute, con la convinzione che qualsiasi presunto sintomo avvertito o una qualsiasi visita medica di routine possa essere segno o rivelare una qualche patologia, potrebbe in realtà aver sviluppato un’ipocondria o, come recentemente definito dalla quinta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), un disturbo d’ansia di malattia.

Fanno parte di tale categoria di pazienti i cosiddetti “malati immaginari”, i quali affollano spesso le sale d’attesa degli studi medici con una forte ansia di sapere quale grave malattia abbiano contratto. Nella maggior parte dei casi, l’assenza di sintomi somatici evidenti o, se presenti, di lieve entità, spinge i medici all’invio di tali pazienti verso una consulenza di tipo psicologico o una psicoterapia.

Un intervento psicoterapeutico, affinché possa essere efficace, dovrebbe focalizzarsi su diversi obiettivi quali, ad esempio, riduzione dell’ansia, individuazione del circolo vizioso che potrebbe essersi creato tra i tentativi di rassicurazione attraverso la valutazione continua del proprio stato di salute tramite esami clinici, ricerche online, consultazioni di vario genere, e l’aumento dei timori legati alla propria salute, quindi interruzione di tale circolo vizioso attraverso, ad esempio, l’utilizzo di nuove strategie di fronteggiamento.

c92539973bfcc7eb94671e82c3781962Vi è mai capitato di parlare della vostra giornata, magari andata storta o, al contrario, meravigliosamente, con qualcuno che non fa altro che prestare attenzione alla propria, lasciandovi con un forte senso di insoddisfazione e/o incomprensione?

Se la risposta è affermativa, probabilmente vi siete trovati di fronte ad una persona “autocentrata”. In generale, questo termine viene utilizzato per indicare quella tipologia di individuo che presta particolare interesse alla propria persona, trascurando il resto del mondo. In altre parole, si fa riferimento ad una persona centrata su se stessa.

Da un punto di vista clinico, diversi aspetti del caso in questione potrebbero far pensare ad un disturbo mentale sottostante. Ad esempio, carenza di empatia, difficoltà nella comunicazione e nell’interazione sociale, senso esagerato rispetto alla propria importanza, scarso coinvolgimento emotivo, assenza di contatto oculare, scarsa reciprocità, eccetera.

Questi aspetti sono molto importanti per individuare e descrivere la presenza di un quadro sintomatologico sottostante. Tuttavia, alcuni aspetti in comune tra i differenti quadri potrebbero renderne difficile la diagnosi diffenziale. Ad esempio, l’evidenza di una forte carenza di empatia potrebbe far pensare ad una persona con un disturbo narcisistico di personalità, oppure con un disturbo dello spettro autistico, o ancora con sindrome di Asperger. Solo un accurato assessment potrebbe aiutare il clinico professionista ad indentificare e classificare correttamente la presenza di un disturbo mentale.

Attenzione! Non sempre la persona autocentrata, con la quale stiamo cercando di interloquire, presenta un disturbo mentale. Potrebbe più semplicemente trattarsi di una persona poco interessata alla nostra vita, magari con una cattiva educazione o con una forte carenza di gentilezza. In questo caso, un addestramento alle abilità sociali (o social skills training) potrebbe essere di grande aiuto sia a noi stessi sia alla persona da noi considerata come “autocentrata”.

dialogo_interno2Quante volte ti sei chiesto “Perché faccio sempre lo stesso errore? È inutile! Non imparerò mai dalla vita”, o ancora “In questi panni mi sento stretto.. Ma tanto ormai che cambia?”, oppure ti sei detto “Devo dare una svolta alla mia vita! Magari domani ci penserò su…” ?

Queste frasi sono solo alcuni esempi del fatto che gli esseri umani pensano e che lo fanno sia in maniera positiva che negativa. Si tratta di quell’esperienza psicologica che gli esperti definiscono “dialogo interno“, ovvero quel flusso di pensieri che ci passano per la testa e ai quali, nella maggior parte dei casi, non prestiamo molta attenzione. In altre parole, si tratta della nostra esperienza cognitiva.

Quando la nostra esperienza cognitiva acquista una valenza maggiormente negativa che positiva, o viceversa, questo disequilibrio potrebbe riflettersi nella vita di tutti i giorni, ripresentandosi in maniera ripetitiva, automatica, e addirittura invalidante. Invalidante in quanto ci ostacola nel mettere in atto soluzioni differenti, magari maggiormente efficaci rispetto alle solite, portandoci a ripetere gli stessi errori, dunque a sperimentare innumerevoli fallimenti, oppure ad arrenderci o ancora a procrastinare le proprie intenzioni. Questi pensieri automatici ci portano ad inibire la propria crescita personale, influenzando il nostro modo di percepire gli eventi ed agire, creando possibili disagi.

Dunque, se anche tu hai avuto dei pensieri del tipo “Perché faccio sempre lo stesso errore?”, o ancora “In questi panni mi sento ormai stretto…”, oppure “Devo dare una svolta alla mia vita! Ma non ce la faccio…”, e pensi possano essere un ostacolo al raggiungimento del tuo benessere, potrebbe essere arrivato il momento di prendere consapevolezza della propria esperienza cognitiva, osservarla, scoprirla, valutarla e modellarla con il supporto di un esperto?